Myanmar: il colpo di Stato del 2021 e le conseguenze della crisi umanitaria

Il colpo di Stato in Myanmar del 2021 ha scatenato una crisi umanitaria e una guerra civile, con violenze contro i civili e oltre 18 milioni di persone bisognose di aiuto.
Myanmar: il colpo di Stato del 2021 e le conseguenze della crisi umanitaria - Socialmedialife.it

Il 1° febbraio 2021, i militari birmani hanno preso il potere in Myanmar, arrestando diversi leader politici tra cui Aung San Suu Kyi. Questo evento ha segnato la fine della fragile democrazia instaurata nel Paese dal 2015, quando la Lega Nazionale per la Democrazia aveva vinto le elezioni. Da quel momento, il Myanmar è scivolato in una crisi profonda caratterizzata da violenze e repressione.

Il golpe militare e l’emergenza nazionale

L’esercito birmano ha giustificato il colpo di Stato con accuse di frodi elettorali durante le elezioni generali del novembre 2020. Con l’assunzione del controllo dei ministeri chiave e delle infrastrutture nazionali, i militari hanno dichiarato lo stato di emergenza per un anno. Questo atto ha suscitato immediatamente proteste in tutto il Paese; migliaia di cittadini sono scesi in piazza chiedendo la liberazione dei leader arrestati e il ripristino della democrazia.

Le forze di sicurezza hanno risposto con brutalità: manifestanti pacifici sono stati attaccati con armi letali, causando un numero crescente di morti e feriti tra la popolazione civile. Le condanne internazionali si sono moltiplicate mentre diverse nazioni hanno imposto sanzioni al regime militare per le sue azioni violente contro i civili.

In risposta alla repressione, i parlamentari democraticamente eletti che erano stati costretti all’esilio hanno formato un Governo di unità nazionale , cercando supporto internazionale contro il regime golpista. Questo governo alternativo ha anche creato una propria forza armata chiamata People’s Defense Force , dando vita a una resistenza organizzata contro l’esercito birmano.

La guerra civile e le tensioni etniche

La situazione si è rapidamente evoluta in una guerra civile aperta tra la giunta militare e vari gruppi etnici armati presenti nel Paese. Il Myanmar ospita circa 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dal governo centrale; fra questi ci sono gli Shan, Karen, Rakhine, Chin, Kachin e Mon. Molti già possedevano milizie armate prima del golpe.

Questa diversità etnica ha complicato ulteriormente lo scenario politico-militare: mentre alcuni gruppi sostengono attivamente la resistenza contro i golpisti, altri rimangono neutrali o addirittura collaborano con l’esercito regolare per difendere i propri interessi locali.

Tra queste minoranze spicca quella musulmana dei Rohingya che vive gravi discriminazioni da parte dello Stato buddista birmano. La Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del generale Min Aung Hlaing, accusandolo di crimini contro l’umanità nei confronti dei Rohingya; secondo stime dell’Onu, oltre un milione di membri della comunità Rohingya è fuggita verso paesi vicini come il Bangladesh a causa delle persecuzioni subite.

Crisi umanitaria senza precedenti

Secondo rapporti recenti delle Nazioni Unite sulla situazione in Myanmar nel contesto della guerra civile attiva dal colpo di Stato del 2021, emerge uno scenario drammatico: oltre tre milioni di persone sono state sfollate dai conflitti interni ed almeno diciotto milioni necessitano urgentemente assistenza umanitaria. Circa tredici milioni affrontano livelli critici d’insicurezza alimentare a causa dell’instabilità politica ed economica crescente nel Paese.

Le forze governative continuano ad attaccare villaggi sospettati d’appoggiare i ribelli; incendi dolosi ed attacchi aerei mirati stanno devastando intere comunità civili già provate dalla miseria economica preesistente al conflitto aperto. Secondo stime Onu, più di cinquemila civili sarebbero stati uccisi dalle forze governative dall’inizio delle ostilità fino ad oggi; inoltre, oltre centomila abitazioni sarebbero state distrutte dai bombardamenti indiscriminati dell’esercito regolare.

Nel suo ultimo rapporto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Thomas H. Andrews denuncia come “la giunta abbia intensificato gli attacchi ai danno dei civili”, evidenziando che questo rappresenta uno dei più gravi episodi d’aggressione interna mai registrati nella storia recente mondiale rispetto alla popolazione locale stessa.

L’impatto naturale sul conflitto

A complicare ulteriormente questa già grave situazione si aggiunge un terremoto devastante avvenuto il 28 marzo 2025 che ha colpito duramente diverse regioni del sud-est asiatico, inclusa parte significativa del territorio birmano dove erano già presenti tensione sociale ed economica dovute al conflitto interno tra esercito regolare ed opposizione popolare organizzata nelle varie forme politiche esistenti sul territorio stesso.

Nonostante gli appelli alla pace provenienti da molteplici fonti internazionali, dopo tale calamità naturale non sembra esserci alcuna intenzione da parte dell’esercito golpista d’interrompere le operazioni belliche né tantomeno fermarsi davanti alle sofferenze inflitte ai propri concittadini durante questi eventi drammaticamente complessi.