Morti nello spazio: cosa succede al corpo degli astronauti durante le esplorazioni spaziali

La morte nello spazio, sebbene rara, rappresenta un rischio per gli astronauti. Le agenzie spaziali stanno studiando protocolli e soluzioni per affrontare eventuali decessi durante le missioni future.
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La morte nello spazio è un evento raro ma possibile, che gli astronauti devono considerare durante le loro missioni. Dalla nascita dell’esplorazione spaziale, 18 persone hanno perso la vita in questo contesto, di cui 14 erano membri della NASA. Le morti sono avvenute principalmente a terra o durante il decollo e il rientro delle navicelle. Con l’intenzione di tornare sulla Luna e Marte, è fondamentale comprendere cosa accade al corpo umano in caso di morte nello spazio.

La storia delle morti nello spazio

Finora, i casi documentati di decessi avvenuti nello spazio includono incidenti tragici come quello della Soyuz 11 nel 1971, dove tre cosmonauti persero la vita a causa di una depressurizzazione della navetta. Questo evento ha messo in luce i rischi associati alle missioni spaziali e ha spinto le agenzie a riflettere su protocolli per gestire situazioni estreme. A differenza delle morti avvenute durante il lancio o il rientro sulla Terra, morire effettivamente nello spazio presenta sfide uniche.

Con l’aumento dei progetti per future esplorazioni umane su Marte e oltre, è essenziale prepararsi anche all’eventualità del decesso degli astronauti lontano dalla Terra. Le attuali misure preventive non possono garantire la sicurezza totale; pertanto le agenzie spaziali stanno studiando strategie per affrontare queste situazioni.

Cosa succede al corpo in assenza di gravità

Attualmente non esiste un protocollo standardizzato per gestire la morte degli astronauti nello spazio. Tuttavia, si sta lavorando su possibili soluzioni pratiche nel caso si verifichi una tragedia simile nelle future missioni. Il recupero del corpo sarebbe più semplice nelle missioni alla Stazione Spaziale Internazionale , dove si potrebbe tentare di riportarlo sulla Terra.

Le difficoltà aumentano notevolmente quando si parla di viaggi verso Marte o altre destinazioni lontane: questi viaggi richiedono anni e renderebbero impossibile un funerale immediatamente dopo il decesso. In tali circostanze ci sarebbero rischi significativi legati alla contaminazione biologica tra gli altri membri dell’equipaggio.

Danni alla tuta spaziale e conseguenze fatali

Un aspetto cruciale da considerare riguarda l’integrità della tuta spaziale degli astronauti: se dovesse verificarsi un danno irreparabile – ad esempio a causa dell’impatto con un frammento meteorico – l’astronauta perderebbe conoscenza entro quindici secondi dall’esposizione al vuoto dello spazio. Dopo dieci secondi senza protezione adeguata, sangue e acqua presenti nel corpo inizierebbero a vaporizzarsi; contemporaneamente ci sarebbe una rapida espansione dei gas corporei che porterebbe al gonfiore del corpo stesso ed eventuale collasso polmonare.

In caso di emergenza simile all’interno della ISS, gli altri membri dell’equipaggio dovrebbero rapidamente riportare la salma nell’airlock mantenendola chiusa nella zona più fredda fino al ritorno sulla Terra.

Possibili soluzioni post-mortem

Una proposta interessante emersa negli ultimi anni prevede la cremazione del defunto direttamente nello spazio come alternativa ecologica ai funerali tradizionali sulla Terra. Nel 2015, la NASA commissionò uno studio ad un’agenzia svedese che prevedeva congelamento iniziale seguito da cremazione; ciò permetterebbe poi di raccogliere minuscole particelle ghiacciate da riportare sul nostro pianeta.

Se invece l’astronauta dovesse trovarsi all’esterno della ISS o staccarsi dalla stazione stessa prima del decesso, il suo corpo continuerebbe a seguire l’orbita terrestre fino ad entrare nell’atmosfera dove andrebbe incontro alla disintegrazione totale prima di raggiungere nuovamente il suolo terrestre.