Assoluzione per un varesino con precedenti: il principio del ne bis in idem applicato dal collegio di Varese

Un uomo di 41 anni di Varese, con un passato criminale, è stato assolto da accuse di rapine a mano armata grazie al principio del ne bis in idem e all’assenza di querela.
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Un uomo di 41 anni, originario di Varese e con un passato criminale significativo, è stato assolto da accuse relative a rapine a mano armata grazie all’applicazione del principio giuridico del ne bis in idem. Questa decisione è stata presa dal collegio giudicante martedì scorso, evidenziando come la giustizia italiana possa riconoscere il pagamento dei debiti penali già scontati.

Il profilo dell’imputato e i suoi precedenti

L’imputato ha un curriculum criminale che include numerose rapine a mano armata. Nel settembre 2021, aveva già scontato una pena di tre anni e dieci mesi e subito anche l’espulsione per sette anni dal territorio svizzero. Questi eventi hanno contribuito a formare un quadro complesso della sua figura agli occhi della giustizia. La difesa ha sottolineato come l’uomo avesse già pagato il suo conto con la legge, invocando così il principio del ne bis in idem.

Il legale dell’imputato, avvocato Corrado Viazzo, ha fatto riferimento alla validità di questo principio anche su scala internazionale. Ha citato casi simili nel contesto italiano dove si era verificata una prima condanna seguita da una successiva assoluzione per lo stesso reato. Questo approccio ha giocato un ruolo cruciale nella strategia difensiva adottata durante il processo.

Le accuse e le modalità delle rapine

Le accuse mosse contro l’uomo riguardavano colpi eseguiti con tecniche da commando nei confronti di stazioni di servizio situate a Brusino Arsizio e nel resto del Ticino. Gli autori delle rapine erano noti per utilizzare armi durante le loro azioni criminose, creando panico tra i dipendenti dei benzinai che spesso fungevano anche da cambiavalute.

I malviventi operavano incappucciati ed armati; intimidivano le vittime affinché aprissero le casseforti senza opporre resistenza. La gravità delle azioni compiute aveva portato la pubblica accusa a richiedere una condanna severa: sei anni e sei mesi di carcere.

Tuttavia, nonostante la richiesta della procura fosse significativa data la natura violenta dei reati contestati, il collegio giudicante ha ritenuto che non ci fossero sufficienti motivazioni legali per procedere ulteriormente contro l’imputato sulla base degli stessi fatti già affrontati dalla giustizia in precedenza.

L’importanza della querela nella riqualificazione del reato

Un altro aspetto fondamentale emerso durante il processo riguarda la riqualificazione delle accuse iniziali da parte della corte. Infatti, uno degli elementi chiave che hanno influenzato l’esito finale è stata l’assenza della querela da parte delle vittime coinvolte nelle rapine contestate all’imputato.

Nel caso specifico, trattandosi di furto – secondo quanto previsto dalla legge italiana – è necessaria la presentazione formale della querela affinché si possa procedere penalmente contro gli imputati coinvolti in tali crimini. L’assenza di questa documentazione ha comportato la impossibilità legale ad andare avanti con le accuse formulate dall’accusa principale.

Questa situazione mette in luce come alcuni aspetti procedurali possano influenzare significativamente gli esiti processuali nei casi penali complessi dove sono coinvolti soggetti con precedenti penali rilevanti ma che hanno già scontato pene o ricevuto altre forme punitive dalla giustizia.